I dati del ministro Turco
Aborto, le solite felicitazioni
Un serio rapporto sull’aborto, che non abbia una mera funzione ideologica di copertura dell’accettazione del fenomeno, dovrebbe partire dalle cause delle interruzioni volontarie di gravidanza.

Un serio rapporto sull’aborto, che non abbia una mera funzione ideologica di copertura dell’accettazione del fenomeno, dovrebbe partire dalle cause delle interruzioni volontarie di gravidanza. Il primo compito di politiche pubbliche umane e razionali, capaci di assicurare la tutela sociale della maternità e di difendere la vita sin dal suo inizio (due espressioni contenute nella legge 194 del 1978), sarebbe quello di accertare perché si abortisce. Senza questo dato, completamente assente dai rendiconti festosi che ogni anno registrano un lieve decremento del numero degli aborti, di cui è ovvio essere contenti come di un male minore, ma non soddisfatti e pacificati finché persista lo scandalo maggiore, non è possibile aggredire le cause dell’aborto di massa (e nemmeno valutare seriamente una curva discendente del cosiddetto tasso di abortività). Ma è proprio questo che i governi e le burocrazie sanitarie non fanno da molti anni. Fotografano la situazione e si compiacciono, come ha fatto ieri il ministro Livia Turco. Rifiutano di aggredire le cause, di rimuovere per quanto possibile la spinta sociale alla negazione della maternità, di comportarsi responsabilmente allo scopo di dare un contenuto eticamente significativo alla libertà di scelta, in una parola mettere sempre più donne in condizione di decidere per il parto e contro la avvilente pratica autolesionista e nichilista del dare la morte in pancia a una creatura concepita e ancora non nata. Negli ultimi anni è cresciuto l’aborto tra le donne immigrate, ci ripetono: non sarà perché sono tra le più povere, le meno integrate socialmente, le più deboli tra le donne? E non è un fallimento da gridare, questo, e al quale mettere riparo? C’è poi la questione dell’aborto selettivo, eugenetico, sulla quale si glissa invece di chiarire come stiano le cose. Dove è contato il bambino abortito per la sindrome di Klinefelter alla ventunesima settimana? Le statistiche non lo dicono, e non dicono niente su che cosa si faccia o non si faccia per favorire le adozioni, per sostenere le donne, ascoltarle, insomma per lottare contro la scandalosa indifferenza che circonda l’aborto di massa. E’ questo il tipo di relazione annuale che servirebbe, non il conto consolatorio dei sommersi per il benessere dei salvati.